“Usa lo scrivere come la tua scusa per organizzare una festa ogni settimana”

Use writing as your excuse to throw a party each week – even if you call that party a “workshop.” Any time you can spend time among other people who value and support writing, that will balance those hours you spend alone, writing. Even if someday you sell your work, no amount of money will compensate you for your time spent alone. So, take your “paycheck” up front, make writing an excuse to be around people. When you reach the end of your life – trust me, you won’t look back and savor the moments you spent alone.

 

Usa lo scrivere come la tua scusa per organizzare una festa ogni settimana, anche se quella festa la chiami “workshop”. Ogni volta che puoi spendi del tempo con persone che danno valore e supportano lo scrivere, quello bilancerà quelle ore che spendi da solo, a scrivere. Anche se un giorno venderai il tuo lavoro, nessuna somma di denaro ti potrà compensare per il tempo che hai speso da solo. Così, prendi la tua “paga” subito, fai dello scrivere una scusa per essere con le altre persone. Quando raggiungerai la fine della tua vita – fidati, non guarderai indietro per assaporare i momenti che hai passato da solo.

 

 

Advertisements
Posted in Uncategorized | Tagged | Leave a comment

Polpette di Tai Chi per il vivere moderno – A noi non ci piacciono i buddisti

image

Ai Romani stanno antipatici i milanesi. Ai pisani i livornesi. Ai matematici gli ingegneri.
A noi taoisti non ci piacciono i buddisti.
No, non è vero. Ci sta antipatico IL  buddismo, che è tutta un’altra storia.
Il desiderio provoca dolore” dice il buddismo. “questo mondo è illusione”, aggiunge. Se fai il bravo, se ti allontani dai tuoi desideri, e se, soprattutto, capisci che il mondo che ti circonda è illusione, allora diventerai illuminato, e potrai smettere di reincarnarti e raggiungerai  il Nirvana. Diventerai Buddha, o, almeno, un Buddha.
Anche i famosi indovinelli zen altro non sono che un metodo intuitivo per  comprendere  l’illusorietà della realtà, esponendone i paradossi: “che faccia avevi prima di nascere?”, “se un albero casca in una foresta dove non c’è nessuno, produce rumore?”,  “qual’è il suono di una sola mano che batte?”, e così via.

È per questo che, nonostante i tanti punti di contatto,  buddisti e i taoisti non si prendono.
Il buddismo dice: il mondo è dolore e finzione, ecco come scappare.
Il taoismo dice: il mondo è un’insensata alternanza di yin e yang, un postaccio di cui gli dei non si curano e dove tutto avviene in maniera casuale; ecco come viverci dentro.

Noi non scappiamo, anche se sappiamo che pioverà. Siamo consapevoli che il vento ci sferzerà il volto, ci renderà difficile il passo, e noi sappiamo che dobbiamo accettarlo, e piegarci. Se rimani rigido, il vento ti spezzerà, dice il taoismo. 

Tutte le cose morte sono dure e rigide. Tutte le cose vive sono morbide e flessibili.

Così ci pieghiamo al vento, e se proprio siam bravi lo usiamo per volare.

Noi siamo qui, in questo momento. Ci facciamo piccoli d’inverno senza sparire, e d’estate esplodiamo in frutti. I buddisti sono come pesci che cercano di andare a morire sulla spiaggia; noi siamo attenti alle correnti, e le usiamo per attraversare il mare. Noi non scappiamo. Noi siamo qui.
E infine, e soprattutto, noi non cerchiamo una liberazione spirituale ultraterrena da un mondo di sozza materia.  Noi pensiamo che spirituale e materiale non sono che due opposti, e come mostra il tao, tutti gli opposti sono indivisibili, e ugualmente necessari, e ognuno parte dell’altro.

image

Vi faccio un esempio pratico. 
La mia maestra sta, in questi giorni, organizzando una specie di ritiro di Tai chi. A quanto ho capito, ci rifugeremo in un monastero, in montagna, e ci eserciteremo nell’antica arte del Tai Chi Chuan,  il suo nome completo, di fronte al sole che sorge. 
“Ah si?” hanno risposto gli allievi. “Bello. Molto bello. Ma in questo monastero, che si mangia? Cioè, la cena com’è, abbondante?
Un buddista non l’avrebbe detto mai.

image

Posted in Uncategorized | Tagged , , , , , | Leave a comment

Polpette di Tai Chi per il vivere moderno – Acqua

Si chiama “La forma dell’acqua”.
Nel primo movimento alzo una gamba, e contemporaneamente le braccia, ma senza sforzo, senza forza, “come una marionetta a cui tirino i fili”, dice la mia maestra.
E poi atterro, le due gambe sono separate, e le due braccia sono pronte a volare (“Fly” direbbe il maestro Chu”)
È un gesto sacro, mi spiega. È l’indistinto primordiale che si divide in espansivo yang e vorticoso yin. È l’attimo della creazione quello che stiamo rappresentando, ed il nostro iniziare ripete l’inizio del tutto.
La forma continua. Le braccia volano in avanti.
Yang.
Tornano indietro, trascinando con se un ipotetico avversario.
Yin.
Ci si espande in una parata alta.
Yang.
Chiudendosi, contraendosi, cadendo su si stessi, si cala come un falco per parare un calcio basso, si ruota su stessi per torcere il piede.
Yin.
Si fa un passo avanti, crescendo in ogni direzione, e senza sforzo il nostro avversario è scagliato via.
Yang.
Ci si espande, e ci si contrae, come la marea. Non c’è separazione netta tra i movimenti, ognuno scivola nell’altro: quando il mascolino yang raggiunge il suo apice si ritrae, portando con se tutto ciò che ha incontrato nel suo cammino. L’avanzare ed il retrocedere di questa onda sono egualmente importanti: la mia maestra mi racconta che ogni tanto il maestro Chu tira fuori un cronometro e verifica se i suoi discepoli spendono lo stesso numero di secondi nelle posizioni yin e nelle posizioni yang.
Arrivi alla fine della forma. Diventi circolare, tondo, e poi ti raccogli e torni alla posizione iniziale. Yin e yang si ricompongono. Finisce la forma e tu sei stabile su entrambe le gambe. In equilibrio.
È estate. La maestra mi offre dell’acqua. Si chiacchiera. Che lavoro fai, mi chiede? Ti piace?
E io gli spiego che si, mi piace, il problema è che sono egualmente composto da desideri inconciliabili: stabilità e libertà, perfezionismo e caos, appartenenza e vagabondaggio. Così spendo gran parte delle mie energie ad accontentare ora una ora l’altra delle due persone di cui sono composto, e a cercare per quanto possibile di non far torto a nessuno.
La mia maestra annuisce. È un continuo ricomporre gli estremi, mi dice. È un passare da un estremo all’altro con fluidità, dedicando la stessa energia ad entrambi gli opposti, mi dice. Beve un sorso d’acqua.
Esercitati nella forma, mi dice.

Posted in polpette di tai chi per il vivere moderno, Uncategorized | 1 Comment

Con mezzocapo coperto di cenere

mezzatesta

Mi scuso. So che gli occasionali lettori di questo povero blog sono delusi quando capitano qua e non trovano niente aggiornato da un po’, ma di recente sto lavorando ad un bel di cose. Sto tenendo la rubrica NonUnNerd su Giovio15, un collettivo di (bravi) scrittori, attori, e così via; sto rimettendo a posto “Mezzatesta goes to Puglia” per farlo diventare un eBook, probabilmente gratuito; sto cercando di dar vita ad una raccolta mitologiche delle storie e degli animali mitologici (leggi: avventori di bar) del mio paese. In più ho in ballo, forse, un monologo teatrale ed un quasi fumetto.

Insomma, come si dice, sto lavorando per voi.

E tanto per non farvi rimanere a bocca asciutta, mi lascio con una poesia della Szymborska(ti piace vincere facile?), proprio di scuse:

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.

Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.

Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.

Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.

Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.

Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.

Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.

Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.

Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.

Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.

Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.

Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.

E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,

immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,

assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.

Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.

Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.

Verità, non prestarmi troppa attenzione.

Serietà, sii magnanima con me.

Sopporta, mistero dell’esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.

Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.

Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.

Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.

So che finché vivo niente mi giustifica,

perché io stessa mi sono d’ostacolo.

Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,

e poi fatico per farle sembrare leggere.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Siamo animali (eppure era a fuoco)

Splendido

silvia geroldi | il blog

Mi era tutto chiaro, giuro, seduta per terra su quel balcone di mezza montagna. Erano in testa tutte in fila le parole, davvero, erano logiche. Respiravo il profumo del bosco misto alle rose di villetta anni ottanta, era bello, la pioggia rischiarava la confusione e sembrava tutto lineare l’altro giorno. Partivo da quella cosa del naso, della pelle, dell’imitare le coccole tra foche, quello strusciarsi giocoso e protettivo. Proseguivo con il calore delle labbra a misurare la temperatura su una fronte bollente, mi riconoscevo poltrona, gatta morbida, taumaturga.

E una magia via via alleggeriva il cuore in un distacco composto, consapevole, fondato su segreti complici, odore di balsamo per capelli e polenta taragna ripassata in padella. Un distacco che arrivava lontano, a un’età adulta, “quando anche tu avrai il seno”. I parametri non si scelgono, talvolta capitano in conversazioni casuali immerse in una vasca da bagno, grazie a una domanda…

View original post 216 more words

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Parto – sostantivo, non verbo

image

Mamma Francesca (che fa tanto programma di La 7, o personaggio della Melevisione) riprende nel suo blog la notizia che alcuni uomini si son legati degli elettrodi alla stomaco e non voglio sapere cos’altro per simulare i dolori del parto. La brava Francesca si pone il seguente quesito: si son rincoglioniti? “Come se noi si volesse provare la sensazione del calcio nei coglioni”, commenta.
Ci sta, Francesca, ci sta. Ma credo sia necessario prendere in considerazione un altro fattore.
Che ve la menate una cifra, con questa storia del parto.
Metti il caso che noi maschietti ci si schiacci un dito. Se dopo 3 secondi stiamo ancora sibilando dal dolore, state sicuri che nostra madre, nostra moglie o una passante ci dirà “uuuh, esagerati…” per poi aggiungere, con un tono tra la commiserazione e il disprezzo “del resto, voi ( leggi: l’intero genere maschile, NdR)  non lo reggente proprio il dolore, noi abbiamo la soglia del dolore alta, sai, per il parto…”
A sentir voi, si direbbe che le presunte streghe torturate dall’Inquisizione non abbiano avuto vita così difficile. “Cosa mi vuole fare? Strapparmi le unghie? Solo? Guardi, l’avviso: io ho partorito 6 volte, di cui la prima 48 ore per mettere al mondo quel bisonte di Riccardo. Si impegni un po’, usi l’immaginazione!”
Tra l’altro, niente di più femminile di dire al boia come torturarle, che non si fa così, lascia guarda faccio io che è meglio.
Ma non divaghiamo.
Consideriamo ora la lunga anticamera del parto: la gravidanza. 9 mesi in cui sei ridotto al ruolo di comprimario in un evento che avrà un impatto sconvolgente sulla tua vita, ma dove i tuoi contributi sono tutti al negativo: NON far stancare la tua donna,  NON farla agitare, NON dimenticare di dare da mangiare al capretto che lancerai nella sua direzione quando comincera’ a guardarti famelica (ma NON farla ingrassare troppo, che i nuovi dottori non vogliono).
Insomma, 9 mesi della tua vita in cui per questa storia del parto l’importanza relativa della tua donna ammonta al 99.99 %, e la tua ad un patetico 0.01 %, nel senso che se ti prende sotto un tram bene, sennò stai zitto, che si sa che hai la soglia del dolore sotto le scarpe.
Che poi te la lanciano addosso con migliaia di anni di rincorsa, questa storia. “Tu uomo lavorerai con sudore,” recita la Bibbia “tu donna partorirai con dolore”. OK Bibbia, ma quanto dolore? Un braccio rotto? Uno scontro frontale con un Iveco? Quanto?
Quindi Francesca, non deve stupirti così tanto che qualcuno possa voler provare i dolori del parto. Non fosse che per poter, la prossima volta che ci schiacciamo il dito e  qualcuna se ne esce con il parto e la soglia del dolore, voltarsi come uno psicopatico e rispondere “IO L’HO PROVATO IL DOLORE DEL PARTO, TU TI SEI MAI CHIUSA IL PENE NELLA ZIP?”
Aah, che soddisfazione.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Ala spezzata – conclusione

Image

Per chi volesse sapere come si è conclusa l’avventura dell’ala spezzata di Elena dei

Dinosauri, e so che sono molti.

Il racconto sotto è stato raccolto in una notte senza luna davanti ad un fuoco su una lastra di pietra e, naturalmente, tradotto dal dinosaurese, cercando di conservarne la ferocia.

Ai posteri l’ardua sentenza

E così passarono gli interminabili 15 giorni di tutore.

Tra sudate, impedimenti, regressi all’infanzia come “mi tagli la mela?”, “mi leghi i capelli?”, “mi apri la bottiglia?” e avanzamenti alla terza età come “la prego signora si sieda, le cedo il posto”.

Insomma per ufficializzare la fine della mia relazione con Mr. Tutor, dovevo chiamare un numero verde per prenotare Radiografia e visita ortopedica presso lo stesso ospedale che mi aveva fatto diagnosi e guardato le tette.

Chiamo, c’è posto per la mattina del giorno dopo, fantastico!

Da non credere di parlare con un ufficio di un ospedale italiano!

“Per sua fortuna c’è un posto domani mattina alle 9 per la radiografia e alle 10 per la visita. Venga coi documenti e le impegnative”

“Con le?”

“Le impegnative. Non se l’è fatta fare dal suo medico curante?”

“Ehm… no… non me l’ha detto nessuno, non c’è scritto…”

“Se le faccia fare e domani mattina le porti”

“Ehhhhh……. me le faccio mandare via fax? Perché il mio medico è a Modena, dove ho la residenza…”

“Eh no! Serve l’originale! Non può andarle a prendere o non c’è nessuno che possa portargliele? Lo dico per il suo bene, non può trascurare una frattura, io non sono un medico e non posso dirle per telefono se deve o meno tenere la fasciatura e scaduti i 15 giorni l’ospedale non ha più responsabilità e poi sono affari suoi”

“Ehhhhh……. ok…. in un qualche modo cercherò di fare….”

“Brava. Allora io la segno eh! Domani alle 8.30 si presenti alle casse per l’accettazione. Buonagiornata”

Questa non sarà un medico, ma è sicuramente parente del Dottor Mezzatesta, con ste manie del riguardarsi e correre subito in ospedale…

Comunque panico per queste benedette impegnative, che nemmeno avevo capito cosa fossero.

Già mi vedevo a prendere un treno per tornare a Modena e ritornare a Milano in serata.

Già vedevo come seconda opzione mia madre che spendeva non si sa quanti soldi per un corriere che mi portasse sti fogli a Milano.

Già mi vedevo a fare un ricerca su google-immagini di ste fantomatiche impegnative e photoshopparne due farlocche…

Alla fine la soluzione più bella e semplice (per me) mi è sembrata quella di spedire mia madre e farle trovare il corriere super-rapido, a spese sue.

🙂

Chiamo mia madre.

“Celeste, ti disturbo?” “Sì, sto facendo gli esami” (è prof, non è che sia così ignorante che a 60 anni ancora non è riuscita a diplomarsi, anche se mio padre al bar lo dice sempre “eh, mia moglie ancora va a scuola… alla sua età!”)

“Vabeh, è lo stesso. Se ti distrai un attimo, tutto di guadagnato per i tuoi studenti. Ho un problema. Ho chiamato l’ospedale e mi hanno dato l’appuntamento per la radiografia e la visita per domani mattina, ma devo avere le IM-PE-GNA-TI-VE” (scandendo bene le parole, perché se non lo so io cosa sono, magari non lo sa neanche lei, d’altra parte, alla sua età va ancora a scuola, mia madre…)

“Eh, e io cosa ci posso fare? Sono a scuola tutto il giorno e comunque il dottore c’è solo al pomeriggio. E in ogni caso come farei a mandartele?”

“Eh… con un corriere? Ma se le facesse oggi pomeriggio non arriverebbero mai per stasera! CO-ME FAC-CIO?”

(scandendo bene le parole, questa volta con l’intento di implorare d’aiuto)

“Chiedi a qualcuno lì dello studio se uno dei loro medici te le fa”

GENIO! MADRE! Allora serve mandarti ancora a scuola alla tua età!

Chiedo in studio e Trilly mi dice che il suo medico di solito è molto gentile, che “sta qui dietro” e potrebbe sentirlo per me per sapere se può farmi le IM-PE-GNA-TI-VE.

Il Dottor Zarantonello dice sì.

Zarantonello.

Si chiama così.

Non Zar di cognome (che sarebbe un gran cognome) e Antonello di nome, no Zarantonello di cognome tuttoattaccato.

E mi son immaginata uno zarro coi riccetti e le guanciotte rosse come un putto in un quadro antonelliano, in camice bianco.

Trilly si offre gentilmente di accompagnarmi fin davanti la porta dello studio, più per staccare un attimo dal monitor che non per l’incommensurabile amore che prova per me. Anche se so essere incommensurabile. D’altra parte lo chiamo Trilly perché anche io lo incommensuro. (??? BOH)

“Guarda è quella porta lì, la prima a destra. La fila con te non la faccio, di solito è sempre un delirio. A dopo!”

“Ok… Grazie! A dopo…”

E mi addentro in questa specie di girone infernale. Son convinta che ci sia e che Dante lo abbia omesso: il girone dei casi umani.

Una ragazza dopo 20 minuti di attesta mi avverte che di solito in sala d’aspetto c’è sempre qualche lite tra pazienti e che è molto strano che oggi non sia scoppiato ancora nessun focolaio.

Alla mia destra la classica sciura con il rossetto sbavato, la matita che non contorna le labbra ma qualcos’altro che sta in un punto X più esterno tra il labbro naturale e il naso.

Ventaglio alla mano e via che inizia a sventolare, sempre più forte.

Solo che sventola contro di me e per questo accelera il ritmo non sentendo beneficio.

Il pinguino De Longhi in confronto è un ventilatorino del cazzo.

E pensavo che se mai la frattura si fosse saldata perfettamente, in ogni caso da quel giorno avrei avuto i reumatismi.

Finalmente arriva lei: il tassello mancante per scaturire la lite del giorno.

“Eh, pensa te! Ero qua prima e si è dimenticato di farmi una ricetta! Guardi qui! Sono appena stata in farmacia, me l’han data lo stesso ma devo portare subito la ricetta! Con me fa presto eh! Zac, su un foglietto e faccio!”

Un signore carinissimo, di quelli che fan parte della striminzita categoria degli “anziani tenerini” le dice “signora, l’orario delle ricette è finito, venga domani o si metta in fila”

“Eh ma io faccio presto eh! Per una firma! Poi oh, io mica sono come voi che sto qua in fila a passare le mie giornate per divertimento!”

A quel punto non potevo non inserirmi nella discussione. Il signore mi guardava come Rita dalla Chiesa guarda le donne del pubblico di Forum in cerca del commento durante la raccolta dei sassi.

“Signora, non credo che il signore sia qui in fila perché non abbia niente da fare. E nemmeno io. Siamo qua dalle 3 e un quarto…”

“Non è vero, io ero qua dalle due e mezza, sono uscita alle tre e venticinque e lei mica c’era!”

“Eh allora no”

“NO!!!” Poi mi mette la scatola appena acquistata in farmacia sotto il naso e mi fa “Lo sa lei che medicina è questa? E’ un ansiolitico! Perché io sono ansiosa! E poi io e la mia famiglia veniamo qua da anni perché lui è anche un omeopata perché le medicine chimiche non fanno mica bene!”

Mi son sentita in dovere di utilizzare un linguaggio da anziano internazionale.

Le ho preso la mano per allontanare la scatola ad almeno un metro da me, ho abbassato gli occhiali fingendo un presbitismo da terza età e tirato un po’ indietro la testa per leggere bene.

ZOLOFT.

Ho riguardato la signora con aria molto più che perplessa.

Lei ha nascosto la scatola sotto l’ascella, si è infilata gli occhiali da sole e appena ha sentito scattare la maniglia della porta dell’ambulatorio ci si è infilata dentro come una ladra.

Ho scritto un sms a Trilly: “Grazie per avermi fatto vivere un’esperienza ravvicinata di osservazione dei casi umani”.

Trilly risponde: “Di solito esco di lì con un botto di foto in più sul cellulare”.

Finalmente arriva il mio turno.

Il dottore mi fa le impegnative senza problemi, mi chiede che ho fatto, solite domande di rito e un po’ di terrore psicologico del tipo “si riguardi che se è da operare le fanno uno SBREGO da qui a qui!” segnandosi col pollice da gomito a spalla.

L’indomani vado in ospedale, con tutte le mie scartoffie.

Prima tappa: cassa per accettazione.

Altre scartoffie meno un’altra che mi ero portata io da casa, cioè una banconota da 50 euro.

Seconda tappa: radiologia.

Chiedo “mi spoglio?”

la bionda “ma no!”

penso “perché l’altra volta quello mi ha fatta denudare? con tanto di infermiere che mi aiutava/guardava/informava sulle sue doti culinarie?”

la bionda “ma lei si è messa il tutore sopra la maglietta?”

“sì…”

“ma perché? se l’è tolto?”

“sì… mi avevano detto che per lavarmi potevo toglierlo, così stamattina mi son lavata, vestita e rimessa il tutore…”

La mora: “sì vabbeeeeee!!!! Mò adesso uno si mette e toglie il tutore come gli pare! Sopra i vestiti, lo toglie per lavarsi…”

La bionda: “eh, se gliel’ha detto l’ortopedico… magari d’estate gli fan fare così alla gente, se no, sai te?” sventolando la mano da destra a sinistra sotto il naso.

La mora: “sì vabbeeeee!!!!”

Insomma grazie a dio finalmente mi fanno ste radiografie e mi spediscono dall’ortopedico.

Dopo 10 minuti sono dentro.

“Buongiorno signora Elena! Ma mi dica come ha fatto a rompersi il trochite? Lo sa che questa è una frattura che si fanno i vecchi? Comunque tutto a posto, sarebbe guarito anche senza quel coso lì” indicando con la penna il tutore e in quel momento son fischiate le orecchie sia a quello che me l’ha messo che alla mora di radiologia.

“Fai questi esercizi e autonomamente dovrebbe pian pianino tornare come prima. I vecchi fan fatica: vedi tu!”

Tornerò da Zarantonello a farmi prescrivere anche io lo ZOLOFT.

Ho l’età giusta per farlo.

Ora la mia ala non è ancora perfettamente atta al volo ma almeno è libera!

Posted in Uncategorized | Tagged , , , | Leave a comment