il tesserino

Camminavo sul ponte della Ghisolfa, erano le tre e mezza di sabato notte,  ed ero leggermente ubriaco (ma questo è irrilevante).

Per chi non lo conoscesse, il ponte della Ghisolfa è come la circonvallazione di Milano scavalca le ferrovie nord: varie popolazioni ci vivono sotto e accendono fuochi, il fumo sale fino alla strada.

Tornavo a casa, e nella direzione opposta una ragazza minuta, con uno zaino da trekking sulle spalle, trascinava un trolley che era una casa su ruote.

Sul ponte della Ghisolfa. Alle tre e mezza di sabato notte.

Mi bloccai. Ci incrociammo. Ci sbirciammo.

“Ti do 20 euro se mi dici dove stai andando” dissi.

Lei ha, curiosamente, tirato dritto.

Ora, i poliziotti, quando vedono qualcosa di strano, tirano fuori il tesserino e chiedono “Che succede qui?”

Anche noi scrittori abbiamo un dovere, un obbligo, un imperativo morale: quello di raccontare. Se avessi avuto il mio tesserino sul ponte della Ghisolfa, l’avrei mostrato e avrei detto “Salve, sono uno scrittore. Spiegami tutto per filo e per segno. Soprattutto i particolari. Una buona storia vive di particolari”.

E lei si sarebbe fermata, si sarebbe tolta il pesante zaino da trekking con un sospiro, ci si sarebbe seduta sopra, e saremmo rimasti lì fino all’alba, sullo stretto marciapede del ponte della Ghisolfa, e fino all’alba mi avrebbe raccontato. E ora una storia sarebbe salva.

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sono un uovo
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