Anti-Americana

A volte vengo preso da sentimenti di italianità orgogliosa contro la sudditanza psicologica verso la narrazione americana.
Loro hanno Tarantino?

E noi abbiamo Sorrentino.

E se non bastasse, Salvatores.

Insomma, “Nirvana”, non è forse meglio di “Matrix”?

Stesso discorso per la scrittura.

Insomma, Stephen King ha così tanto mestiere che potrebbe aprire il vocabolario a caso, trovare la parola “opercolo”, e scriverci un libro di 600 pagine che non riesci a posare un attimo, e che finisci in due giorni. Ma avete mai letto ad alta voce un paragrafo di “Accabbadora”, di Michela Murgia?

“Fillus de anima.
È così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra. Di quel secondo parto era figlia Maria Listru, frutto tardivo dell’anima di Bonaria Urrai.
Quando la vecchia si era fermata sotto la pianta del limone a parlare con sua madre Anna Teresa Listru, Maria aveva sei anni ed era l’errore dopo tre cose giuste. Le sue sorelle erano già signorine e lei giocava da sola per terra a fare una torta di fango impastata di formiche vive, con la cura di una piccola donna. Muovevano le zampe rossastre nell’impasto, morendo lente sotto i decori di fiori di campo e lo zucchero di sabbia. Nel sole violento di luglio il dolce le cresceva in mano, bello come lo sono a volte le cose cattive.”

C’è da rimanere incantanti, e da mangiarsi il cappello che non porti dalla rabbia  se sei uno che come me si arrabatta per mettere tre parole in fila.

“Furore”, di Steinbeck, è un libro magnifico e terribile.

”I poveri accorrono con le reti per pescare le patate nel fiume e le guardie li respingono; accorrono nei loro veicoli sgangherati per cogliere le arance,e le trovano imbevute di petrolio. E restano li a veder scorrere le patate nel fiume,a sentire gli strilli dei maiali sgozzati nei fossi e sepolti sotto la calce,a osservare le montagne d’oro liquefarsi in putrida broda. E gli occhi dei poveri riflettono,con la tristezza della sconfitta un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore è s’avvicina l’epoca della vendemmia.”

Gli americani sono bravi, a fare roba magnifica. e terribile.  Deve essere per la grandiosità della loro terra. Noi siamo diversi. Più autocritici, più autocoscienti. Se loro hanno l’ispettore Callaghan, noi abbiamo il Monnezza. Loro hanno CSI, dove anche i topi da laboratorio hanno bicipiti da far esplodere la maglietta, noi il maresciallo Rocca. L’unico sistema per essere presi sul serio è non prendersi sul serio.

Ma anche se non terribile come “Furore”, “Il quartiere” di Pratolini non è altrettanto umano, altrettanto vero, altrettanto bello? Non c’è la stessa umanità sconfitta?

“Eravamo creature comuni. Ci bastava un gesto per sollevarci collera o amore. La nostra vita scorreva su quelle strade e piazze come nell’alveo di un fiume; la più pensata delle nostre ribellioni era quale un mulinello che ci portasse a fondo. Non per nulla le carceri della nostra città erano nel cuore del nostro Quartiere.” 

Fulghum, che ogni tanto suona nello stesso gruppo rock di Stephen King, ha scritto “Tutto quello che mi serve veramente sapere l’ho imparato all’asilo”: un libro lirico, che ho letto più volte e che ha avuto un successo mondiale e a mio avviso limitato.

“La maggior parte di quello che mi serve veramente sapere su come vivere, e cosa fare, e come essere, l’ho imparato all’asilo. La saggezza non era in cima alla montagna della laurea, ma lì, nel recinto della sabbia.”

Ma signori, se ci avventurassimo nei reparti “Libri per ragazzi” delle librerie, dove siamo stati così stronzi da rilegarlo, e dopo aver soffiato via la polvere riscoprissimo Gianni Rodari, per esempio il suo “Favole al telefono” scopriremmo che avevamo in soffitta uno che ti scalda il cuore e di riempie di dolce malinconia e che guarda il mondo con gli occhi di un bambino; insomma, c’è di che da dar da mangiare a Fulghum e a quindici amici suoi.

“C’era una volta…
… il ragionier Bianchi, di Varese. Era un rappresentante di commercio e sei giorni su sette girava l’Italia intera, a Est, a Ovest, a Sud, a Nord e in mezzo, vendendo medicinali. La domenica tornava a casa sua, e il lunedì mattina ripartiva. Ma prima che partisse la sua bambina gli diceva: – Mi raccomando, papà: tutte le sere una storia.
Perché quella bambina non poteva dormire senza una storia, e la mamma, quelle che sapeva, gliele aveva già raccontate tutte anche tre volte. Così ogni sera, dovunque si trovasse, alle nove in punto il ragionier Bianchi chiamava al telefono Varese e raccontava una storia alla sua bambina. Questo libro contiene appunto le storie del ragionier Bianchi. Vedrete che sono tutte un po’ corte: per forza, il ragioniere pagava il telefono di tasca sua, non poteva mica fare telefonate troppo lunghe. Solo qualche volta, se aveva concluso buoni affari, si permetteva qualche “unità” in più. Mi hanno detto che quando il signor Bianchi chiamava Varese le signorine del centralino sospendevano tutte le telefonate per ascoltare le sue storie. Sfido: alcune sono proprio belline.”

Potrei andare avanti, ma delle tre persone che hanno cominciato a leggere questo sproloquio due ce le siamo già perse. Quindi, amico superstite, concludo con qualcosa che ti farà saltare sulla sedia, ma in cui ti prego di non vedere una provocazione ma una convinzione.

Tra accettate e botte da orbi “American Psycho” e “Fight Club” hanno raccontato l’insensatezza e la disperazione dello yuppismo e del vuoto che ha lasciato.

Ma se parliamo di un mondo senza speranza, che ne dite di uno dei più tragici, italiani (e universali) eroi della narrativa nostrana, il 1001/bis ragioner Ugo Fantozzi?

“Perché io, Pina, ho una caratteristica: loro non lo sanno, ma io sono indistruttibile, e sai perché? Perché sono il più grande perditore di tutti i tempi. Ho perso sempre tutto: due guerre mondiali, un impero coloniale, otto – dico otto! – campionati mondiali di calcio consecutivi, capacità d’acquisto della lira, fiducia in chi mi governa e la testa per un mostro, per una donna come te.”

Ps. Mi stavo quasi dimenticando il fumetto. Imperdonabile. Imperdonabile.

Loro hanno Alan Moore e Warren Ellis (tra l’altro, a voler esser pignoli, inglesi tutti e due)?

Noi abbiamo Gipi e Makkox

Meno conosciuti, mica meno bravi.

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About sonounuovo

sono un uovo
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5 Responses to Anti-Americana

  1. Pingback: La malinconia di Avoledo « Laramanni’s Weblog

  2. Salve, sono nuovo, arrivo dal blog di Lara Manni. Non so: ero molto d’accordo con le tue premesse, ma mi hai perso con Accabadora. Uno dei libri piu’ insulsi e sopravvalutati che abbia mai letto.

    Anche nel caso degli altri esempi, non mi trovi d’accordo (tranne che nel caso di Pratolini e di Canemucca).

    • sonounuovo says:

      Ma sai Demonio, (mi fa strano chiamare uno demonio, ma cmq) Non posso dire che Accabbadora sia tra i dieci libri più belli che ho letto, ma la scrittura di quella sarda mi incanta, specie quando lo leggo ad alta voce. Ci sono scrittori che non mi piacciono, ma che non posso non ammettere che son bravi.
      E non lo so, Rodari mi ha toccato delle corde molto profonde, ma immagino che non possa toccare le stesse corde a tutti.

  3. Buongiorno, sono il terzo arrivato fino in fondo. Complimenti e grazie, perché simili post mi fanno vibrare corde nascoste che, grazie a Dio, scrollano di dosso un po’ di polvere: l’Italia ne ha da vendere di arte, oggi esattamente come ieri. Purtroppo siamo tra gli ultimi al mondo che ci crediamo!
    Visiterò spesso il suo blog, ora che l’ho scoperto.
    Fabrizio

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