Storia di Antonello Pennetti, morto di buonumore

Antonello Pennetti uscì dal suo ufficio di incantevole buon umore. Non che fosse stata una buona giornata in ufficio, no, assolutamente, anzi, meglio non pensarci, giornata pestilenziale. Non che che quella fastidiosa colite gli fosse passata. Non che all’improvviso il mondo fosse un posto migliore. Ma Antonello Pennetti stava per inforcare la sua graziella bianca del 61 per un bel giretto del quartiere, e la cosa gli era sufficiente per sfoggiare un sorriso completo, largo e compiaciuto mentre metteva fuori il piede dall’ufficio. Inspirò l’aria di una primavera incipiente. Una vecchia vestita di nero passò e gli squadrò il volto. “Un ictus”? Pensò la vecchia, incapace di riconoscere quell’espressione facciale. Un sorriso di circostanza l’avrebbe colto al volo. Il sorriso bugiardo con cui i suoi figli la accoglievano ogni giorno l’avrebbe riconosciuta da una singola rughetta ipocrita del volto. Anche con il sorriso falso di chi ti vuole chiedere un favore, o di comprare qualcosa, non avrebbe avuto grandi difficoltà. Ma quello! Quel sorriso incredibile! Abnormale!
“Sta bene?” chiese bruscamente al Pennetti,.
Pennetti la guardò, e il suo sorriso si ingigantì.
“Magnificamente.” rispose “E lei?”
La vecchia fece un respiro strozzato: era come schiacciata da quell’assurdo buonumore, puntato su di lei come un faro, e borbottando “inaudito!” se ne scappò via come un vampiro al sole.
Pennetti non diede naturalmente alcun peso a quest’episodio: nella sua mente già sgambettava leggero sulla sua graziella bianca.
Arrivò a casa, con uno sbuffo si tolse camicia e cravatta, si infilò un paio di calzoncini ed eccolo in sella al suo agile ronzino candido. Il giorno volgeva alla sera. I moscerini gli si attaccavano sul sorriso. Ogni tanto li sputacchiava, allegro.
Quand’ecco che davanti a se si ritrovò un signore in una vistosa macchina rossa, che cercava di entrare nel suo stretto garage. Il signore era Mario Sbalardo, 47 anni, affetto da ulcera, incline all’ira specialmente in quel momento poiché era assolutamente consapevole (ma mai l’avrebbe ammesso) che aveva comprato una macchina troppo grande per il suo piccolo garage.
Antonello si fermò quietamente ad aspettare che il signore terminasse le sue infinite manovre. Ma a Mario Sbalardo quel tipo che lo fissava e rideva non andava a genio per niente.
“Ohi, che fa, sfotte?”
“Niente affatto. Ci metta tutto il tempo che vuole. Non ho fretta.”
“La pianti subito!”
“Ma di cosa, mi scusi?”
“Di sfottere!”
“Ma la assicuro che la sto affatto prendendo in giro. La prego, continui!”
“Ah si, eh! Beh, vediamo se ride con questo!”
Detto questo uscì dalla macchina e colpì in fronte Antonello Pennetti con una chiave inglese che teneva sempre in macchina, non si sa mai. Nonostante il casco, il colpo sfondò il cranio del Pennetti, che cadendo a terra pensò “Certa gente se la prende proprio per un nonnulla!”. Perché gli aveva tolto la vita, ma non l’allegria.
Così ci lasciò Antonello Pennetti, morto di buonumore. Mario Sbalardo fu arrestato e sbattuto in una cella poco più grande del suo garage. La vecchia vestita di nero si aggira ancora per il quartiere. L’estate arrivò ugualmente.

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