Viaggio di ritorno

Mi piacciono i treni perché sono dei grandi creatori causali di situazioni.
Emigrante, ho fatto il viaggio di ritorno vicino a due aspiranti emigranti: c’era una ragazza psicologa che era andata a parma a fare un colloquio, e un ragazzo di 21 anni andato a cercare un qualsiasi lavoro, e che soffriva di claustrofobia ogni volta che entrava in una galleria. Dava di matto, diceva “il treno sta rallentando” cominciava a camminare su e giù nel vagone. Io e la ragazza gli abbiamo parlato, ci siamo fatti raccontare dei suoi due gemelli (a ventun’anni!), del tatuaggio col nome della moglie che aveva sul braccio.
Poi io e la ragazza abbiamo cominciato a parlare, l’argomento finisce sui libri, e lei mi tira fuori che ha appena letto Opinioni di un Clown, di Boll, e che gli è molto piaciuto.


Era già buio quando arrivai a Bonn. Feci uno sforzo per non dare al mio arrivo quel ritmo di automaticità che si è venuto a creare in cinque anni di continuo viaggiare: scendere le scale della stazione, risalire altre scale, deporre la borsa da viaggio, levare il biglietto dalla tasca del soprabito, consegnare il biglietto, dirigersi verso l’edicola dei giornali, comprare le edizioni della sera, uscire, far cenno a un tassì. Per cinque anni quasi ogni giorno sono partito da qualche luogo, la mattina ho disceso e salito scale di stazioni, il pomeriggio ho disceso e risalito scale di stazioni, ho chiamato un tassì, ho cercato la moneta nella tasca della giacca per pagare la corsa, ho comperato giornali della sera alle edicole e, in un angolo riposto del mio io, ho gustato la scioltezza perfettamente studiata di questo automatismo. Da quando Maria mi ha lasciato per sposare Züpfner, quel cattolico, il ritmo è diventato ancor più meccanico, senza perdere in scioltezza.

Continuando a chiacchierare, (“Sto per leggere il profumo” “Cosa mi consigli di Sartre?” “Devi assolutamente leggere Rodari!”) credete che non sia venuto fuori che scrivo, e che per la precisione che ho scritto un libro sul quartiere in cui vivo? E’ venuto fuori. Credete che io non avessi delle copie con me, che mi aveva chiesto mio padre? Ce le avevo. Credete che non gliene abbia venduto uno, anche se scontato, perché incapace di dire al mio coinquilino che ne avevo regalato un altro? Gliel’ho venduto.

Certo che se io alle ragazze vendo libri…

Advertisements

About sonounuovo

sono un uovo
This entry was posted in Uncategorized and tagged , , , , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s