Mezzatesta goes to Puglia: day 6 – Puglia piatta la mia beata fava

Ormai circa un mese fa, confessai a Cecce delle Murgie che visto che mi ero ritrovato con questa decina di giorni di ferie attaccati, stavo pensando di farmi un giretto in bici tranquillo da qualche parte. Pensavo confusamente alla Sardegna, dove giace in attesa metà delle mie origini, ma avevo ancora il ricordo – da un viaggio precedente – del pullman che si arrampicava per la salita verticale  che porta a Cuglieri, e che credetti chiodato sulle gomme.
Ma vai in Puglia, mi disse Cecce, magari nel Salento, che è bellissimo, eppoi è tutto piatto.
Alla luce del percorso effettuato oggi,  vorrei con deferenza portare all’illustrissima signora Cecce delle Murgie il seguente messaggio.
Sto cazzo.
Salite cosi non me le ricordavo da Tolfa, il trauma ciclistico della mia adolescenza. La litoranea tra Castro e Leuca si arrampica lungo la costa in continue salite e discese, come un serpente. Il sole picchia come un dannato e mai un trullo quando ti serve. M manda avanti un trittico di cappello acqua e nocciole tostate, quelle prese non mi ricordo più dove perché mi ricordavano da dove vengo. So che mi tiene sulla bici un incantesimo fragile e faccio meno soste possibili per paura che le gambe si rifiutino di ripartire; ad esempio, tengo la pipì per svariati chilometri.
Affronto le salite con umiltà, rapporti piccoli e pazienza. Due tre volte sono così umile che scendo, e porto la bici a spasso al mio fianco. Bofonchio canzoncine ritmate per darmi passo e slancio, e canto ninna-nanne alla Vecchia Ferita.
A sorpresa, comincia a farmi male l’altra gamba. Questi giorni deve aver fatto il lavoro di entrambe, ed ora fa le rimostranze anche lei. Io spero non sia la nascita della Nuova Ferita; nel frattempo incontro una salita ripida che si rivelerà lunghissima, e con buona premonizione scendo.
Non mi pento un secondo di essere partito stamattina, perché il premio è essere qui, e vedere questo.

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Arrivo a Tricase con una facilità incoraggiante; la scalata immediatamente successiva mi fa capire che o arriverò a Leuca oggi o non ci arriverò affatto, o almeno, non in bici.
Continuo, tra la campagna quasi ligure; a sinistra lo strapiombo e il mare, a  destra olivi e bassi muretti in pietra chiara che si arrampicano sui rupi, con qualche fico d’India occasionale.

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Ogni tanto, un inquietante cartello.

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E poi ad un certo punto, durante una salita progressiva ma fattibile, ho un premio aggiuntivo: c’è silenzio. Non tanto fuori, che qualche uccello, il vento e persino qualche macchina c’è sempre, no, nella mia testa. Per un secondo, per la prima volta da quando riesco a ricordare, la mia testa è uno specchio d’acqua immobile e perfettamente riflettente.  Poi penso “c’è silenzio nella mia testa”, ed il silenzio scompare.
Dei  ragazzetti con le bici, fermi vicino ad una staccionata, mi scoraggiano: Ehh da qui Leuca? E’ lontano, almeno 20 chilometri.
Subito dopo un cartello mi rinfranca: solo 13 chilometri. Parto di slancio ma la salita mi ricorda subito la prudenza.
Cagliano, dice quel cartello. Cagliano è vicino, è dove devo prendere il treno per Lecce. Oddio devo farmi in bici da Lecce a Cagliano? Un problema alla volta. Questo è il problema di domani.
E poi vedo questo.

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Arrivo. Questa è Leuca, chiedo ad una signora fuori da un’agenzia immobiliare.
Sì.
Mi blocco. Per un istante percettibile, mi blocco. Dov’è la punta dove i due mari si incontrano, chiedo.
Punta Meliso? Di la’, alla sinistra del cancello c’e un piccolo sentiero.
Il sentiero è palesemente illegale ed anche pericolosetto.

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Mi addentro negli scogli, e subito vedo questo.

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Con assoluta certezza so che questo è, il mio trono, e che sono migliaia di anni che è qui che mi attende. Lo raggiungo, e noto senza sorpresa che ha esattamente la forma di un trono; mi stupisce invece che volti le spalle al mare e che guardi l’entroterra,  guardi Castro, Vanze, Otranto, Lecce, guardi gli ulivi e i pini e le strade, e tutto ciò che mi ha condotto qui.
Mi siedo. L’altezza del trono è giusta per me; sulla sinistra ha un foro, perfetto per il mio zainetto. Tutto intorno ronzano vespe; fanno la guardia al trono ma mi riconoscono, nessuna mi punge.
Scrivo questa cosa, a voi. Dalla prima all’ultima riga è stata scritta su questo trono di pietra che mi attende da quando la terra era giovane, mentre intorno ronzavano le vespe. Nessuna mi ha punto.
Mi alzo, e lasciandomi il trono alle spalle vado sulla punta, vado a guardare il mare incresparsi e raggiungere la riva, e cerco di capire dove i due mari si incontrano, ognuno limite e necessità dell’altro. Mi tolgo la maglietta. Il sole batte sul tatuaggio sulle mie spalle, che recita:

Mi sedetti sulla spiaggia,
A pescare, l’arida pianura dietro di me
Metterò infine ordine tra le mie terre?

E poi mi rivesto e ritorno tra gli uomini.

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